Renato Laghi s’innamorò della bicicletta, del ciclismo e della vita a cinque anni: andò a vedere il Giro di Romagna, si mise sul bordo della strada, c’era un uomo solo al comando ed era Fausto Coppi, per il secondo corridore dovette aspettare cinque minuti. “Il Giro d’Italia del 1968 fu il primo dei miei 12, il più bello, perché in salita stavo sempre con i migliori e i giornalisti mi giudicarono la rivelazione fra i giovani. Avevo 23 anni, ero magro come un chiodo, correvo per la Germanvox, gregario per Vito Taccone, abruzzese, e Ole Ritter, danese. La corsa era gestita da due squadroni, la Faema di Merckx e la Salvarani di Gimondi, le altre squadre cercavano giornate di gloria. Si corse sempre sotto la pioggia: se si cominciava con il sole, si finiva con un temporale, e se si cominciava con un temporale, a volte si finiva con il sole. Siccome ci andai con una bronchite e il catarro, mi curavo con l’aerosol e la bici. E nonostante tutta quell’acqua, non caddi mai, né in quel Giro né negli altri 11, la verità è che per stare alla larga dei guai prendevo un sacco di aria. Il direttore sportivo era Italo Mazzacurati, che era stato un campione, ma fra i gregari, e amava divertirsi. Alla sua maniera. Un giorno non resistette alla tentazione: davanti a un muro di folla, fermò l’ammiraglia, prese una bicicletta, ci saltò su e pedalò contro gli spettatori per farsi largo e mettergli paura, gli spettatori si scansarono e lui centrò uno spartitraffico. Lo ritrovammo al traguardo ferito alla faccia, con un asciugamano insanguinato fra le mani”.

Il ’68 era un anno da “Processo alla tappa”: “Taccone aveva il monopolio, bastava lui a rappresentare tutta la squadra, però io avevo un alleato in Guerrino Farolfi, mio compaesano, che era stato corridore ed era il braccio destro di Adriano De Zan, e mi citava ogni volta che poteva, ‘il faentino Laghi’, e a casa erano tutti contenti. Taccone aveva due facce, una buona e l’altra cattiva, da una parte era simpatico e dall’altra vendicativo, da una parte egoista e dall’altra generoso, quando eravamo in ritiro nella foresteria del Velodromo olimpico a Roma mi disse di andare – in bici – a casa sua, ad Avezzano, 140 chilometri, ci fermammo a mangiare e a dormire, e il giorno dopo ritornammo in ritiro”.

Il ’68 era un anno da Vincenzo Torriani, il patron del Giro: “Era deciso e geniale, ma anche tirannico e irascibile”. Il ’68 era un anno da figurine Panini: “A 50 anni di distanza sono andato a cercare la mia su eBay, il prezzo base è di tre euro e mezzo, non pensavo di valere così poco”. Il ’68 era un anno di grandi giornalisti: “Luigi Chierici, Ermanno Mioli e Dino Ronchi per ‘Stadio’, Gianni Mura era alla ‘Gazzetta dello Sport’ e veniva sempre in caccia di notizie, e della ‘Gazzetta’ era anche Luigi Gianoli, che veniva a intervistarmi quando facevo il bagno o i massaggi”. Il ’68 fu anche l’anno delle Tre Cime di Lavaredo: “Ero nella fuga iniziale, fui ripreso a 2 chilometri dal traguardo prima da Merckx e poi da Adorni, sotto la neve e sul ghiaino spingevo – faticosamente – il 44 davanti e il 25 dietro, all’arrivo fui avvolto in una coperta militare dagli alpini”.

Il ’68 era anche il ’68 delle lotte sociali: “Il ciclismo stava fuori dalla società. Noi, in squadra, parlavamo romagnolo e pedalavamo oppure giocavamo a carte. Guadagnavo 80mila lire al mese, un operaio 60mila, ma anche se io per 10 mesi e l’operaio per 12, guadagnavo sempre di più io, e con la vita che facevamo quello mi sembrava un grande privilegio”