Amore a pedali

E’ una storia d’amore: “Si guardarono tremanti, lui intuì che il cuore di lei batteva a più non posso e temeva le parole imminenti. Temevano entrambi, intimiditi, come se si trovassero da soli per la prima volta, in una solitudine insondabile”.

E’ una storia di viaggio: “Avevano attraversato la Senna a Le Havre, poi, abbandonate le spiagge, erravano affidandosi a guide e indicazioni vaghe, in cerca di rovine, foreste, siti pittoreschi. Non si affaticavano per niente. Due o tre ore la mattina, e lo stesso a fine giornata, senza fretta, senza programma”.

E’ una storia di biciclette: “Lì, in ordine simmetrico come cavalli in scuderia, c’erano una trentina di quelle bestioline nervose, tutte simili in apparenza, eppure tutte così diverse, ognuna con una vita propria, una personalità, un pregio invisibile e un invisibile difetto”.

Ed è un inno alla bicicletta: “A piedi si respira il profumo di una pianta, si ammira la sfumatura di un fiore, si sente il canto di un uccello: in bicicletta si respira, si ammira, si ascolta la natura stessa, perché il movimento che si produce tende i nervi al massimo dell’intensità e ci dota di una sensibilità sconosciuta fino a quel momento”.

Elliot pubblica “Finalmente le ali!” (96 pagine, 13,50 euro), che Maurice Leblanc, francese di Rouen, scrisse nel 1898, e che viene considerato come il romanzo capostipite della letteratura sulla bicicletta. Fu un grande successo, tanto da richiedere un’immediata seconda edizione. Questa, a 122 anni di distanza, è invece la prima traduzione in Italia e, come scrive Stefano Pivato nella prefazione, “non è inverosimile credere che le ragioni di tale oblio, almeno all’origine, stessero proprio nel contenuto libertino del romanzo. Se il tema dello scambio amoroso fra le coppie era tollerabile in Francia, che l’opinione e la stampa conservatrice nostrane definivano una nazione di ‘facili costumi’, non era però accettabile in una realtà come quella italiana, fortremente condizionata da una cultura cattolica che, oltretutto, condannava la bicicletta come strumento di modernità e veicolo di peccati come l’anarchia e l’ermafroditismo”.

Pascal e Régine, Guillaume e Madeleine. Strada facendo, i destini s’intrecciano, i legami si spezzano. “Andiamocene, Madeleine, è questa la nostra gioia”, “Andiamo a vivere seguendo la nostra indole: la vita di semplicità e solitudine che fa per noi”, “Tutta la bellezza delle cose va ad aggiungersi alla tua bellezza”. Biciclette galeotte.


TUTTI AL MARE! Confini, Frammenti, Relazioni

Si può. Si può girare Roma in bicicletta, si può scoprire Roma in bicicletta, si può esplorare Roma in bicicletta, si può collegare il Parco dell'Appia Antica con l'Idroscalo di Ostia attraversando quartieri e percorrendo sentieri in bicicletta. L'associazione Ti con Zero e la Biblioteca della Bicicletta Lucos Cozza lo hanno fatto per la rassegna "Alla fine della città" e lo hanno documentato con tre filmati e alcuni collaboratori specializzati: un'artista (Fernanda Pessolano), un urbanista (Roberto Pallottini), un naturalista (Umberto Pessolano), una scrittrice (Carola Susani), un fotografo (Giovanni De Angelis)..., il tutto composto e montato dal videomaker Carlo Molinari. Risultato: altri punti di vista, scientifici e letterari, invitanti e contagiosi.

https://www.youtube.com/watch?v=8NZ5WVQA2Mk&t=24s


3. RELAZIONI - Alla fine della città

https://www.youtube.com/watch?v=92xvFjyIMSE&t=184s


2. FRAMMENTI - Alla fine della città

https://www.youtube.com/watch?v=WSg1gDIBCic&feature=youtu.be


IN RICORDO DI

 


TUTTI AL MARE! - Fotogallery

 

 


1. CONFINI - Alla fine della città

https://www.youtube.com/watch?v=l_-hev1i8pg&feature=youtu.be

Da Roma a Ostia in bicicletta: per ripercorrere un itinerario storico, per dribblare un tragitto urbano ma anche per esplorare un sentiero intatto, dunque una pedalata un po’ archeologica e un po’ urbanistica, e a tratti miracolosa.

"Tutti al mare!": da Roma a Ostia, in bicicletta, in due tappe (dalla ex Cartiera Latina sull'Appia Antica fino a Decima, e da Acilia fino all'Idroscalo) e tre video. Questo è il primo: con gli interventi dell'urbanista Roberto Pallottini, della ideatrice Fernanda Pessolano, del naturalista Umberto Pessolano e della scrittrice Carola Susani. L'itinerario fa parte del progetto "Alla fine della città", in cui si propongono anche pedalate e camminate letterarie alla riscoperta di una Roma nascosta, trascurata, dimenticata...
Ed è una gimkana da guerriglia urbana, fra il traffico macchinario e quello esistenziale.

Video di Carlo Molinari, script Marco Pastonesi


ALLA FINE DELLA CITTÀ. Periferie e memoria - READING


SABATO 10 NOVEMBRE – READING

Ore 18.30 – Complesso ex Cartiera Latina, via Appia Antica 42

ALLA FINE DELLA CITTÀ. periferie e memoria
reading tra parole, immagini e canzoni

di e con Tamara Bartolini e Michele Baronio

con la partecipazione di Umberto Pessolano, naturalista, e Sven Otto Schenn ideatore del "Sentiero Pasolini"

e con il contributo fotografico dell’Archivio Marcello Geppetti

produzione Ti con Zero, Bartolini/Baronio

 

Un viaggio, tra parole, fotografie e canzoni, in quei luoghi residuali, periferici, marginali, in cui azioni straordinarie hanno raccontato la possibilità concreta di costruire una nuova idea di città, di società e di mondo.

Questa è l’epoca della dimenticanza, abbiamo perso la memoria, sembra che tutto stia precipitando in una caduta senza fine, nell’oblio, nella rimozione. Il vuoto è davanti a tutti. Per questo vogliamo allenare la nostra memoria, partendo da esperienze come quella di Roberto Sardelli – raccontata nel libro Vita di borgata – per fare un viaggio, tra parole, fotografie e canzoni, in quei luoghi residuali, periferici, marginali, in cui azioni straordinarie hanno raccontato la possibilità concreta di costruire una nuova idea di città, di società e di mondo. Lo spettacolo è prodotto nell’ambito di Roma. Cantiere della Memoria che fa parte del progetto europeo Altercities sostenuto da Europa Creativa in collaborazione con il Centro per il Libro e la Lettura (MiBACT).

 

Bartolini/Baronio Esplorano dimensioni attoriali di tipo autoriale, lavorano con la scrittura, la pedagogia, la regia, la musica e l’ideazione scenica. Nel 2009 con La Caduta nasce il sodalizio di tutte le successive creazioni: Tu_Two, Carmen che non vede l’ora, Redreading, Passi, vincitore del premio Dominio Pubblico Officine 2014. Con il nuovo progetto Dove tutto è stato preso a partire dal romanzo Correzione di Thomas Bernhard vincono il Bando Cura 2017. Esposizione personale, biografie individuali e collettive, dialogo tra parola, musica, artisti e territori, è un teatro che ricuce la storia, che vuole creare prossimità.

Ti con Zero nasce nel 2004 e svolge la sua ricerca nell’ambito della promozione della cultura e della didattica. Sviluppa progetti ed eventi su varie materie e argomenti con un focus su temi di letteratura, educazione ambientale e diverse forme di teatro. Crea installazioni di arte e scienza, allestimenti artistici, percorsi naturalistici, archeologici, letterari, scientifici e sportivi. Organizza itinerari di arte e cultura a piedi e in bicicletta, con visite guidate, lavorando sulla memoria di luoghi, artisti, scrittori e atleti. Costruisce teatrini di carta e allestisce mostre avvicinando il pubblico ai linguaggi e alle pratiche dell’arte contemporanea. Per realizzare le sue iniziative collabora con attori, performer, danzatori, musicisti, esperti in vari settori, scrittori, lettori e giornalisti.

Altercities Roma. Cantiere della Memoria è parte di Altercities, progetto europeo che affronta il tema della memoria dei quartieri e che coinvolge quattro città: Parigi, Berlino, Roma e Istanbul. L’intento del progetto è di raccontare quelle esperienze di formazione informale che sono state fondamentale crescita sociale, politica e culturale per una generazione di baraccati a Roma fino agli inizi degli anni ‘70, attraverso laboratori per le scuole, letture, narrazioni performative, esplorazioni. La narrazione, dettata dai documenti prodotti e raccolti in quel periodo, viene aggiornata dal vissuto di oggi, con racconti autobiografici, romanzi e testimonianze che possano restituire una lettura attuale della città, dei quartieri e delle realtà sociali.

https://bartolinibaronio.wixsite.com/home

http://www.altercities.eu/

Movio – Altercities – Roma. Cantiere della memoria


NEL SEGNO DI ALESSANDRO TAGLIOLINI

SABATO 10 NOVEMBRE – ITINERARIO A PIEDI

ore 10 – Quartiere Balduina              

NEL SEGNO DI ALESSANDRO TAGLIOLINI

Conducono Patrizia Hartman, attrice e Carlo Sassetti docente di restauro Accademia di Belle Arti di Carrara

Reportage fotografico in collaborazione con Pierfrancesco Giordano docente di fotografia dell’Accademia di L’Aquila e i suoi studenti

La prima di quattro esplorazioni urbane dedicata allo scultore, paesaggista e storico dei giardini. Un viaggio tra letteratura, arte e urbanistica alla ricerca di altorilievi, fontane e sculture presenti nei quartieri residenziali romani costruiti dagli anni Sessanta.  Letture da autori vari e scritti dell’artista.

Partenza: Stazione Roma Balduina treno urbano Roma Cesano

Arrivo: Pza Giovenale

Percorso: Km 5 circa-Durata 3 ore. per tutti

 

ALESSANDRO TAGLIOLINI (1931 – 2000)

La sua prolifica attività si è svolta in campo internazionale, la sua opera (monumenti, fontane, parchi e giardini ) si esplica nella costante ricerca del rapporto tra uomo e ambiente, da lui studiato anche sul piano teorico. Ha scritto numerose monografie e saggi, partecipando con enorme impegno nella salvaguardia del patrimonio italiano dei Parchi e Giardini. Ha ricevuto il Premio nazionale Ministero della Pubblica Istruzione per la Giovane Scultura Italiana e il Premio Pietro Porcinai per il progetto e la realizzazione del Giardino delle Terme di Sciacca.E’ stato membro del Comitato Nazionale per i Giardini Storici del Ministero dei Beni Culturali , vicepresidente del A.I.A.P.P.,  ha creato e diretto la rivista Architettura del Paesaggio e fondato l’Archivio Italiano dell'Arte dei Giardini, a S.Quirico d'Orcia e il Centro Studi Giardini Storici  e Contemporanei a Pietrasanta  

 

 


TUTTI AL MARE! - Pedalata

SABATO 3 NOVEMBRE - PEDALATA

ore 10 – Parco dell’Appia Antica / Decima

TUTTI AL MARE!

A cura della Biblioteca della Bicicletta Lucos Cozza

Conduce Roberto Pallottini

 

“Tutti al mare!”: il titolo è un invito che sa di canzonetta, quasi scherzoso, ammiccante, beneaugurante, ma è anche una direzione, un traguardo, un obiettivo. Ed è una gimkana da guerriglia urbana, fra il traffico macchinario e quello esistenziale.

Prima parte: da Porta San Sebastiano passando per Tor Marancia, Grottaperfetta, Parco degli Eucalipti, Parco delle Tre Fontane Eur fino a Decima.

 

Partenza: complesso ex Cartiera Latina, via Appia Antica 47

Arrivo: Stazione Tor di Valle stazione treno urbano Roma-Lido

Lunghezza: 11 km  - Durata: 4 ore - Difficoltà: nessuna

Note: Alcuni tratti del percorso sono sterrati; pranzo al sacco; si consiglia l’uso del casco..

 

DOMENICA 4 NOVEMBRE  - PEDALATA

ore 10Acilia / Idroscalo

TUTTI AL MARE!

A cura di Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza

Conduce Roberto Pallottini in collaborazione con “Sentiero Pasolini”

“Tutti al mare!”: il titolo è un invito che sa di canzonetta, quasi scherzoso, ammiccante, beneaugurante, ma è anche una direzione, un traguardo, un obiettivo. E una gimkana da guerriglia urbana, fra il traffico macchinario e quello esistenziale.

Seconda parte: da Acilia passando per Dragona, Sentiero Pasolini, Ostia Antica e Idroscalo

 

Partenza: Stazione di Acilia treno urbano Roma-Lido

Arrivo: Stazione di Ostia Lido Centro treno urbano Roma-Lido

Lunghezza: 32 km (20 km di mattina, 12 km di pomeriggio) - Durata: 7 ore - Difficoltà: nessuna

Note: Alcuni tratti del percorso sono sterrati; pranzo al sacco; si consiglia l'uso del casco.

 

Info: 3498728813 (Ti con Zero)

FB Biblioteca della Bicicletta Lucos Cozza

www.bibliotecadellabicicletta.it

Instagram allafinedellacittà

 

BIBLIOTECA DELLA BICICLETTA LUCOS COZZA

E’ l’unica in Europa, specializzata in tutto quello che riguarda la bicicletta: manuali e guide, biografie di corridori e storie di corse, romanzi ed enciclopedie, saggi e poesie. Fondata nel 2012 da Fernanda Pessolano, ospitata nella Biblioteca Casa del Parco alla Pineta Sacchetti di Roma, inserita nel sistema delle Biblioteche di Roma per prestiti e consultazioni, organizza e partecipa a feste e festival, rassegne e incontri, raduni e competizioni (dal Giro d’Italia dei professionisti a quello degli Under 23).

 

 

 


STORIE E CONTROSTORIE di e con Ascanio Celestini

SABATO 3 NOVEMBRE - NARRAZIONE

ore 21

Teatro del Lido Ostia, via delle Sirene 22                                

Storie e Controstorie                                        

di e con Ascanio Celestini

Ingresso: 10 € intero / 8 € ridotto, per tutti

Ascanio Celestini

                                                                      

Sono storie dette a margine di altri spettacoli. Racconti scritti in fretta e poi riletti e ri-detti, messi da parte e ripescati. C’è toni mafioso, presidente del partito dei mafiosi e toni corrotto presidente del partito dei corrotti, ma c’è anche l’opposizione che gioca a bridge nel salottino privato del bar della mafia in via della corruzione. C’è il piccolo paese che forse ci sembra piccolo perché lo vediamo da lontano, o forse ci sembra ancora lontano, mentre è soltanto piccolo piccolo.

In “Confessione di un assassino” Joseph Roth fa dire a Golubcik che «le parole sono più potenti delle azioni - e spesso rido quando sento l’amata frase: “Fatti e non parole!”. Quanto sono deboli i fatti! Una parola rimane, un fatto passa! Di un fatto può essere autore anche un cane, ma una parola può essere pronunciata soltanto da un uomo». Nei miei racconti cerco di mettere insieme le parole e non di fatti. Certe volte non accade niente. Un meccanismo che si inceppa è l’unico avvenimento. Spesso i personaggi non hanno nome e le relazioni arrivano quasi ad azzerarsi. Ci sono le parole che diventano semplici come rotelle di un ingranaggio, come chiodi che tengono insieme dei pezzi di legno. I racconti di Storie e Controstorie sono microstorie che iniziano e finiscono in pochi minuti, una specie di concept album dove canzoni diverse raccontano un unico luogo. Qualcuna proviene dalla tradizione popolare, ma tutte hanno in comune l’improvvisazione. Salgo in scena senza copione e scaletta.

Ascanio Celestini

 

 

 


LIBRI NEL GIRO 2018 - Interviste impossibili - Colnaghi e quel ramo del lago: "Io mancato canottiere, ora Sagan è il mio eroe"

Alessandro Manzoni intervista Andrea Colnaghi

Intervista 'letteraria' nell'ambito dell'iniziativa "Libri nel Giro" a uno dei protagonisti del Giro d'Italia under 23

ROMA - Giro d'Italia Under 23: 10 giorni (dal 7 al 15 giugno), 11 frazioni (un cronoprologo, otto tappe e due semitappe, di cui una ancora a cronometro), 1206,9 km da Forlì a Cà del Poggio (Treviso), 176 corridori di 30 squadre, il meglio del ciclismo giovanile internazionale. Stavolta "Libri nel Giro" (il progetto dell'associazione Ti con Zero, per la Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza e le Biblioteche di Roma) propone una serie di interviste cicloletterarie.

Alessandro Manzoni intervista Andrea Colnaghi. Dorsale 82, vent'anni, lombardo di Mandello del Lario, del Team Pala Fenice di Palazzago (Bergamo).
"Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti" ("I promessi sposi").

"Sono nato a Lecco, abito a Mandello del Lario, ma prima in Brianza. Forse sarei dovuto diventare un canottiere, Mandello è la patria della leggendaria Canottieri Moto Guzzi. E invece ciclismo. La prima bici, una Colombo, rossa, quando avevo sei anni. La prima corsa a Lecco, da G1, categoria giovanissimi, a sette anni: primo mio fratello gemello Davide, secondo io. Ero già arrivato secondo alla nascita: primo Davide, secondo io, quasi in volata. La prima vittoria forse da junior, ma non mi ricordo esattamente dove".
"Senza esempi non si fa nulla" ("I promessi sposi").
"Il mio primo eroe è stato Marco Pantani, anche se non avevo neppure un anno quando lui vinse Giro e Tour. Il mio attuale eroe è Peter Sagan. Per me la bici è la possibilità di sfogarmi, per me il ciclismo è passione, fatica e poi divertimento, per me la squadra è una seconda famiglia, ma anche la mia famiglia è una squadra. Il papà, Fabio, informatico, ha corso fino tra i dilettanti. E oltre a Davide e a me, c'è anche Luca, più piccolo, che gareggia per la Sangemini. L'unica che non pedala è la mamma, Viviana. Ma lei pedala anche senza bicicletta, al lavoro e a casa".
"Ecco il pane della provvidenza!" ("I promessi sposi").
"Alla terza superiore ho smesso di studiare. La scuola non faceva per me. Da allora mi sono dedicato alla bici e ai cani. In famiglia ne abbiamo un allevamento: border collie, jack russell, pastori tedeschi, labrador, una trentina, e un lupo, femmina, Morgana, da tenere in casa, e anche un gatto, che va d'accordo con tutti. I cani insegnano l'affettuosità, la fedeltà, l'obbedienza. Tutte caratteristiche preziose anche per i corridori. Dai cani c'è molto da imparare".
"S'ode a destra uno squillo di tromba; a sinistra risponde uno squillo" ("Il conte di Carmagnola").
"La partenza è libertà, l'arrivo è liberazione. Il rifornimento è conforto, la foratura è imprecazione. La salita è fatica, e dice sempre la verità, la volata è stress. Io sono velocino e tengo bene in salita. Invece la cronometro non è roba per me. E qui, il primo giorno, nel cronoprologo, sono arrivato ultimo: io ultimo e Davide quintultimo, cinque secondi meno di me. Vincere è tutto, ma qui nessuno perde, anche arrivare è già una mezza vittoria. Quest'anno avrò già collezionato una trentina di giorni di corse, vittorie zero, secondi e terzi posti zero, migliore piazzamento un sesto o un ottavo, non ricordo bene. Qui cerco di fare esperienza, e proverò a fare bene in qualche tappa. Il mio futuro voglio viverlo in bici, e per riuscirci ce la metterò tutta".
"Le vie di Dio son molte, più assai di quelle del mortal" ("Adelchi").
"Religioso? Poco. Appassionato? Molto".
"Volete aver molti in aiuto? Cercate di non averne bisogno" ("I promessi sposi").
"Leggo poco, però guardo tanto. Guardo intorno, guardo gli altri, guardo fuori, guardo anche dentro, e guardo la tv. Anche guardando s'impara".


LIBRI NEL GIRO 2018 - Interviste impossibili - Corradini e i comandamenti del ciclismo

di MARCO PASTONESI

Giro d'Italia Under 23: 10 giorni (dal 7 al 15 giugno), 11 frazioni (un cronoprologo, otto tappe e due semitappe, di cui una ancora a cronometro), 1210,5 km da Forlì a Ca' del Poggio (Treviso), 176 corridori di 30 squadre, il meglio del ciclismo giovanile internazionale. Stavolta "Libri nel Giro" (il progetto dell'associazione Ti con Zero, per la Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza e le Biblioteche di Roma) propone una serie di interviste cicloletterarie.

Federico Fellini intervista Michele Corradini. Dorsale 185, ventidue anni, umbro di Perugia, del Team Mastromarco Sensi Nibali.

"Il bab del mi bab diceva così: per campè sein, bisogna pisè spes com i chein" ("Amarcord", 1973).
"Tutto cominciò con mio nonno: Ascanio Arcangeli. Nel 1931, a vent'anni, era già campione umbro. Partecipò al Giro d'Italia nel 1937 e 1938. E ricominciò a correre dopo la Seconda guerra mondiale, combattuta da bersagliere, e nonostante le ferite subite in battaglia. Il nonno Ascanio andava a correre in bicicletta: se vinceva, con i soldi del premio tornava a casa in treno; se non vinceva, tornava a casa in bici".
"Un babbo fa per cento figlioli e cento figlioli non fanno per un babbo" ("Amarcord", 1973).
"Papà Gabriele ha un distributore di benzina, mamma Teresa ha un negozio, vende e ripara le biciclette, da giovane anche lei correva, e una la vinse. Mia sorella maggiore Elena giocava a pallavolo, e la squadra - maschile - di Perugia quest'anno ha conquistato scudetto, Coppa Italia e Supercoppa. Così lo sport è di casa. La mia prima corsa da G6, a 12 anni: piazzato. La mia prima vittoria al secondo anno da esordiente, a 14 anni: a Tordandrea, una frazione di Assisi, in volata".
"Questo qui è un pezzo di catena dello spessore di mezzo centimetro, più forte dell'acciaio" ("La strada", 1954).
"Ho respirato l'aria dell'officina fin da piccolo. E so riparare la bici da solo. Ho tre bici, due, da corsa, sono della squadra, la terza, una mountain bike, è mia, e la uso per andare a spasso, per svago, d'inverno. La prima cosa che guardo in una bici è la forma del telaio. La parte più delicata è il cambio, perché è il punto in cui chi va in bici entra nella bici, in accordo, in armonia, in simbiosi, diventando - se possibile - un tutt'uno".
"Chi cerca Dio, lo trova dove vuole" ("La dolce vita", 1960).
"Il ciclismo mi ha dato i comandamenti. Il primo: la costanza. Il secondo: la disciplina. Il terzo: chi la dura, la vince. Finora 13 vittorie: due da esordiente secondo anno, una da allievo primo anno, quattro da allievo secondo anno, tre da junior, tre da under 23. La bici è libertà, il ciclismo è passione. Leggo poco, tra i giornali 'La Gazzetta dello Sport'. Guardo sport, film, serie tv. Per il ciclismo nel 2014 sono emigrato dall'Umbria alla Toscana, da Perugia a Mastromarco. La vita del corridore sembra vuota, invece è fatta di allenamenti e corse, ma anche di riposo e recupero".
"Ecco sì, nell'amore c'è questa tensione. Solo l'amore mi dà questa forza" ("La dolce vita", 1960).
"Convivo con Gemma. Lei non sapeva nulla di ciclismo, all'inizio mi chiedeva perché non andassi di qua o di là, perché non uscissi la sera. Adesso lo sa, si è appassionata, mi capisce, mi comprende. Il ciclismo è uno sport speciale, stancante, molto stancante. Ogni corsa ha una storia, ogni storia ha una sua trama, le sue avventure, e un finale da inventare".
"La felicità consiste nel poter dire la verità senza far mai soffrire nessuno" ("8 e ½").
"La verità te la dice solo la salita. Quando sono a Mastromarco, la salita di riferimento è il San Baronto da Lamporecchio. Quando sono a Perugia, è il Piccione, la stessa che faceva mio nonno Ascanio, caricandosi di pesi per allenarsi di più".


LIBRI NEL GIRO 2018 - Interviste impossibili - La Terra Pirrè e il fascino dello scalatore: "Cerchiamo sempre di superare noi stessi"

L'intervista impossibile di Luigi Pirandello al ventenne siciliano di Vittoria

di MARCO PASTONESI

Giro d'Italia Under 23: 10 giorni (dal 7 al 15 giugno), 11 frazioni (un cronoprologo, otto tappe e due semitappe, di cui una ancora a cronometro), 1210,5 km da Forlì a Ca' del Poggio (Treviso), 176 corridori di 30 squadre, il meglio del ciclismo giovanile internazionale. Stavolta "Libri nel Giro" (il progetto dell'associazione Ti con Zero, per la Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza e le Biblioteche di Roma) propone una serie di interviste cicloletterarie.

Luigi Pirandello intervista Giuseppe La Terra Pirrè. Dorsale 186, vent'anni, siciliano di Vittoria, del Team Mastromarco Sensi Nibali.
"Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo" ("Il fu Mattia Pascal", 1904).

"Mi chiamo Giuseppe La Terra Pirrè. Due cognomi perché erano due famiglie, e quando si sono unite, nessuno ha voluto rinunciare. Però in paese esistono anche i La Terra e i Pirrè separati".
"Io sono nato in Sicilia e lì l'uomo nasce isola nell'isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall'aspra terra natìa circondata dal mare immenso e geloso" (dal discorso pronunciato da Luigi Pirandello in morte di Giovanni Verga, 1922).
"Io sono nato a Vittoria, e Vittoria, per chi fa sport, è un nome molto pesante. Nel ciclismo presuppone grandi volate, grandi scalate, grandi fughe, grandi scatti. Io sono sempre stato piccolino, adesso sono alto un metro e settanta, peso cinquanta chili, e mi considerano uno scalatore puro. Vittorie? Qualcuna".
"La vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco; non la terra che si incrosta e assume forma" ("Novelle per un anno", 1922).
"Il mio babbo, Salvatore, ha un'azienda agricola, 33mila metri quadrati, produce pomodori, qualità ciliegino, che sono buoni, ma i nostri ancora meglio, perché più freschi e più genuini. Per smettere di fumare, cominciò ad andare in bicicletta, e ci riuscì, e gli venne anche la passione, che trasmise a me e a Samuele, allievo al secondo anno. Mamma Daniela era operatrice socio-assistenziale in una casa-famiglia, adesso è casalinga".
"Ciò che noi conosciamo di noi stessi, non è che una parte, forse una piccolissima parte di quello che noi siamo" ("Umorismo", 1908).
"La prima bici, una Vicini. Non si riusciva a trovare una bici adatta a me, perché ero piccolino, ma avevo talmente tanta voglia di correre che alla fine la trovai. La prima corsa proprio a Vittoria, ero emozionatissimo, la conclusi in gruppo, ero strafelice. La mia società era la Multicar Amarò, maglia azzurra e bianca. E la prima vittoria non si può dimenticare, dopo tanta sofferenza perché ero il più minuto, il meno sviluppato: in notturna, a Solarino, la Coppa Santa Venera, arrivai da solo, io piangevo dalla gioia, gli altri pure".
"Naturalmente anche tu andrai via dalla Sicilia, ma non dimenticare il profumo" ("Bellavita", 1914).
"Poi, per poter correre, andai via dalla Sicilia. Ero junior, prima con una società di Caneva, in Friuli, poi con una toscana. E adesso ancora in Toscana, a Mastromarco, dove c'erano stati altri siciliani, da Damiano Caruso a Vincenzo Nibali, da Danilo Napolitano a Cristian Benenati, qui al Giro Under 23 c'è anche Francesco Romano. E' il nostro destino. A Mastromarco vivo in una casetta con altri corridori, camere a tre letti, ma siccome gli altri due tornano spesso a casa, Covili a Pavullo, Antonelli a San Marino, per la maggior parte del tempo dormo da solo".
"E tante e tante cose, in certi momenti eccezionali, noi sorprendiamo in noi stessi, percezioni, ragionamenti, stati di coscienza che son veramente oltre i limiti relativi della nostra esistenza normale e cosciente" ("Umorismo", 1908).
"La bicicletta è tutto. E' vita, è scuola, è famiglia. E' sacrifici e rinunce, anche piacere e divertimento. E' viaggiare, fuori e dentro di sé. E' regole. La bici mi forma come uomo, nel fisico e nella disciplina. E se non riuscirò a diventare un corridore professionista, però dalla bici avrò avuto comunque grandi insegnamenti".
"La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, è soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate" ("Uno, nessuno e centomila", 1926).
"Il ciclismo, per me, sono le salite. Le salite sono un miscuglio di persone e posti. Gli scalatori sono particolari: hanno una voglia superiore, danno più del normale, cercano sempre di superare se stessi. Marco Pantani diceva che andava forte in salita per abbreviare l'agonia. Non so se è proprio così. Si patisce uguale".
"Don Lollò, la giara s'è rotta" ("La giara", 1928).
"I siciliani sono generosi, orgogliosi, speciali. Gente, se così si può dire, affamata. Non è che si sentano esclusi, però meno considerati. Per questo hanno voglia di emergere e farsi valere. Non ci fa paura nessuno e niente. Nel ciclismo metto il massimo impegno, tutte le mie forze".


LIBRI NEL GIRO 2018 - Interviste impossibili - Dainese si presenta: è nata una stella

L'intervista impossibile di Margherita Hack al 21enne veneto

di MARCO PASTONESI

Giro d'Italia Under 23: 10 giorni (dal 7 al 15 giugno), 11 frazioni (un cronoprologo, otto tappe e due semitappe, di cui una ancora a cronometro), 1210,5 km da Forlì a Ca' del Poggio (Treviso), 176 corridori di 30 squadre, il meglio del ciclismo giovanile internazionale. Stavolta "Libri nel Giro" (il progetto dell'associazione Ti con Zero, per la Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza e le Biblioteche di Roma) propone una serie di interviste cicloletterarie.

Margherita Hack intervista Alberto Dainese. Dorsale 42, ventuno anni, veneto di Abano Terme, della Zalf Euromobil Desiree Fior.

"Una bicicletta tutta mia, pesante, senza marce, ma subito ridipinta tutta d'argento per farla sembrare da corsa" ("La mia vita in bicicletta", Ediciclo, 2011).
"La mia prima bici da corsa è stata una Fondriest. Avevo 14 anni, categoria allievi primo anno, correvo per la Padovani, maglia bianca e verde. La prima corsa non me la ricordo. La prima vittoria neanche. Ma l'ultima sì, forse perché è stata la più bella: lo scorso aprile, nel Città di San Vendemiano. E un'altra bella vittoria da junior, al Giro di Basilicata, in maglia azzurra".
"Si va abbastanza forte per assaporare l'ebbrezza della velocità e coprire distanze più lunghe di quelle che si fanno a piedi. E si va abbastanza piano per poter gustare il paesaggio e immergersi nella natura e nei suoi odori, cose impossibili in automobile" ("La mia vita in bicicletta", Ediciclo, 2011).
"La bici è fatica, il ciclismo è lo sport più duro e anche quello che mi affascina di più, è quello che ha la maggiore durata e, a tratti, la più alta intensità. Bici e ciclismo sono per il 50 per cento passione e per l'altro 50 lavoro".
"La domanda di rito, che rivolgevo a ogni nuova persona che incontravo, sia che fosse un ragazzino come me o un amico dei miei era: sei per Binda o per Guerra? Io ero per Binda" ("La mia vita in bicicletta", Ediciclo, 2011).
"Io sono per Valentino Rossi, anche se va in moto e non in bici. In moto vado anch'io, anzi, andavo, noi rischiamo in bici, non possiamo rischiare di farci male anche in moto. E poi tengo alla Juve nel calcio, tengo a Lebron James e Mike Westbrook nel basket...".
"Forse è vero che quando si è giovani non si pensa ai possibili pericoli, si gusta solo l'ebbrezza della velocità, del vento in faccia che porta il profumo delle piante" ("La mia vita in bicicletta", Ediciclo, 2011).
"La volata è adrenalina, la salita è tenacia, resistenza, stimolo a tenere duro, la discesa è brivido, la pianura è velocità. Sono un velocista puro. Ma cerco, voglio, imparo a difendermi anche su strade meno piatte e diritte. L'altro giorno, nella tappa di Sestola, con l'arrivo in salita, sono arrivato tredicesimo, poco lontano dai primi, ed ero quasi contento come se avessi vinto".
"Sul piazzale, cercando di girare, finii sul ghiaino e poi per terra; ero terrorizzata all'idea di aver rotto la bici, ma per fortuna si era solo storto un po' il manubrio".
"Nella tappa di Pergine mi sono steso dopo una decina di chilometri. Ginocchio, gomito... Peccato, era una tappa adatta a me. E la bicicletta, io saprei anche aggiustarmela da solo".
"Le tappe del Giro d'Italia erano spaventosamente lunghe, duecento e più chilometri, su strade sterrate e polverose, dove frequenti erano le forature" ("La mia vita in bicicletta", Ediciclo, 2011).
"Nella tappa di Dimaro, mai avrei pensato di farmi staccare in discesa. E' successo quando sono andato dietro, dall'ammiraglia, per restituire la mantellina: il gruppo ha allungato, si è creato un buco, sono rimasto indietro. Abbiamo lottato per chilometri, siamo riusciti ad arrivare fino a una cinquantina di metri, ma poi siamo stati ricacciati. Qui bisogna fare attenzione a tutti i movimenti, anche quelli che sembrano più innocui".
"Quell'estate del 1938, cominciai a fare lunghe gite in bicicletta, qualche volta alle Cascine con compagni e compagne, ma più spesso da sola" ("La mia vita in bicicletta", Ediciclo, 2011).
"Ci si può sentire solo quando ci si allena, ci si può sentire soli anche in gruppo quando si fa tanta fatica e ti chiedi chi te lo abbia fatto fare. In corsa si parla, si pensa, si spera, e quando ci si concentra, non resta più altro che strada, gara, lotta, sfida. L'importante non è partecipare, ma vincere".
"Devo concludere che non avrò una quarta giovinezza e dovrò decidermi ad attaccare la bicicletta al chiodo" ("La mia vita in bicicletta", Ediciclo, 2011).
"Mio padre è ingegnere civile, mia madre insegnante di lettere in un liceo, io mi sono diplomato in un istituto tecnico. Il ciclismo, da professionista, è quello che voglio fare. Ma se dovesse andarmi male, allora mi iscriverei all'università: Ingegneria, però meccanica".
"Andavo via verso le nove con un panino e un pezzettino di parmigiano" ("La mia vita in bicicletta", Ediciclo, 2011).
"Doping? Sono pulito. La maggior parte dei corridori è pulita. Qualcuno bara, come dovunque. Per me è una questione di onestà, rispetto, regola. I sacrifici pagano, nel ciclismo come nella vita. Il ciclismo mi rende una persona migliore".


LIBRI NEL GIRO 2018 - Bellia e la salita: "E' lì che capisci se puoi stare con i migliori"

L'intervista impossibile di Italo Calvino al ventenne piemontese

di MARCO PASTONESI

ROMA - Giro d'Italia Under 23: 10 giorni (dal 7 al 15 giugno), 11 frazioni (un cronoprologo, otto tappe e due semitappe, di cui una ancora a cronometro), 1210,5 km da Forlì a Ca' del Poggio (Treviso), 176 corridori di 30 squadre, il meglio del ciclismo giovanile internazionale. Stavolta "Libri nel Giro" (il progetto dell'associazione Ti con Zero, per la Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza e le Biblioteche di Roma) propone una serie di interviste cicloletterarie. Questa è la quinta e ultima.

Italo Calvino intervista Matteo Bellia. Dorsale 201, vent'anni, piemontese di Domodossola, della svizzera Iam Excelsior Cycling Team.
"Quello che veramente ognuno di noi è ed ha, è il passato" ("Ti con zero, 1967).

"Papà, medico di famiglia. Mamma, lo aiuta. Mio fratello, tre anni meno di me, gioca a basket, playmaker, e quest'anno, nel Domodossola, sono stati promossi in serie B. Quello che ci accomuna, oltre al cognome, alla casa, a tutto, è la bicicletta. Papà è un ciclista amatore, qualche volta usciamo insieme, lui si allena con me, ed è bello stare insieme, condividere la stessa strada. E mamma è una ciclista saltuaria".
"Chi ha l'occhio, trova quel che cerca anche a occhi chiusi" ("Marcovaldo", 1963).
"La mia prima bicicletta deve essere stata una Viner, data da Florido Barale, il figlio di Germano Barale, che correva con Fausto Coppi. Negozio e squadra, passione e corse. La prima corsa da esordiente primo anno, in provincia di Novara: caddi e fui portato all'ospedale. Per quella stagione pensai che fosse meglio andare con più tranquillità e fare meno corse. Ricominciai da esordiente secondo anno".
"Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano" ("Le città invisibili", 1972).
"Per la prima vittoria dovetti aspettare di correre da allievo primo anno. Ad Acceglio, in provincia di Cuneo: finale in salita, arrivai da solo".
"Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane" ("Il visconte dimezzato", 1952).
"Dovrei essere uno scalatore. La salita è dove vado meno peggio. La salita dimostra quello che sei, quello che vali, ti fa conoscere i tuoi limiti, i tuoi confini. E' in salita che capisci se puoi tenere la ruota dei migliori: se su una salita che conosci fai un minuto in più o in meno, ecco la risposta, ecco la sentenza. La salita mette a nudo il corridore, lo spoglia, lo rivela".
"Le imprese che si basano su di una tenacia interiore devono essere mute e oscure; per poco uno le dichiari o se ne glori, tutto appare fatuo, senza senso o addirittura meschino" ("Il barone rampante", 1957).
"Il ciclismo è, per me, passione e divertimento. Io, in bici, mi diverto. Il ciclismo, per me, è impegno. Nessun sacrificio, solo impegno. Cerco di fare sempre del mio meglio. Perché c'è molto dietro a una corsa: allenamento, alimentazione, coscienza, volontà, squadra, anche la squadra, per credere e sostenere. Mi piacerebbe diventare un professionista, ma so che per diventarlo è indispensabile impegnarsi molto".
"In gioventù ogni libro nuovo che si legge è come un nuovo occhio che si apre e modifica la vista degli altri occhi o libri-occhi che si avevano prima" ("Il sentiero dei nidi di ragno", 1964).
"Non c'è nessun libro che mi abbia cambiato la vita, però Italo Calvino mi ha aiutato a vedere le cose con leggerezza e fantasia. Ho letto 'Le città invisibili' e 'Il sentiero dei nidi di ragno', 'Il visconte dimezzato' e 'Il cavaliere inesistente', e poi, letto e riletto, 'Il barone rampante'. Leggerezza e fantasia si adattano, moltissimo, anche nel modo di andare in bicicletta, dedicarsi al ciclismo, affrontare una salita".
"Anche ad essere si impara" ("Il cavaliere inesistente", 1959).
"Studio Medicina all'Università del Piemonte Orientale a Novara, una università con più sedi, ogni sede una facoltà. Finora ho dato uno scritto di Fisiologia, l'ho superato, darò l'orale. La scuola è voglia e volontà, voglia di imparare, volontà di studiare. Se dovessi spiegarmi in una sola parola: anatomia. Mi interessa tutto quello che riguarda il corpo umano".
"Arrivare e non aver paura, questa è la meta ultima dell'uomo" ("Il sentiero dei nidi di ragno", 1947).
"Eroi? Chiunque taglia il traguardo".


cuor di pedalata

UN CUORE DI PEDALATA – Aspettando il Giro

Una bicicletta porta donne e uomini, nonni e nipoti. Una bicicletta porta corridori e turisti, viandanti e gitanti. Una bicicletta porta lavoratori e studenti, bambini e pensionati. Una bicicletta porta la spesa del mercato e gli strumenti del lavoro. La nostra bicicletta porta libri. Li porta dove di libri c'è mancanza, bisogno, esigenza e urgenza. Li porta perché i libri contengono le vite, le nostre vite, le vite di tutti,le vite di sempre.

In collaborazione con le Biblioteche di Roma, il Coordinamento Roma ciclabile e Istituto Comprensivo Pablo Neruda di Roma

“Aspettando il Giro”, voluto dalle Biblioteche di Roma e finanziato dalla Regione Lazio con la legge regionale 23 ottobre 2009, n. 26 - Avviso pubblico “La Cultura fa Sistema”

 

https://www.youtube.com/watch?v=K6N3ucEB-J4&feature=youtu.be


biblioteca della bicicletta - video rai tre TGR petrarco del 26 maggio

https://www.raiplay.it/video/2018/05/TGR-Petrarca-cd55f617-37be-4145-9a4e-0c3044f9a2c8.html

 


Quel maggio del '68. "Voglio una bici", e così Gigi Sgarbozza vinse una tappa al Giro

di MARCO PASTONESI

Da piccolo stufava tutti: "Voglio una bici, voglio una bici", ripeteva. Finché gli sportivi - gli amici del bar dello sport ad Amaseno, a metà strada tra Frosinone e Terracina - organizzarono una colletta, tirarono su una cifra, comprarono una Legnano e gliela regalarono, poi, sfiniti, gli dissero: "E adesso pedala". Così Luigi Sgarbozza detto Gigi o Gigetto si ritrovò al Giro d'Italia. Mestiere velocista anche se era alto la metà di Dino Zandegù e pesava la metà di Marino Basso, secondo anno da professionista e vittorie in carriera zero, aveva 23 anni e un sogno. Questo.

"Quattordicesima tappa, da Vittorio Veneto a Marina Romea, 194 chilometri, la fuga nata dopo 50-60, 17 corridori, nessuno di classifica, giornata di libertà per tutti, giornata di gloria per uno solo. Avevo un compagno di squadra, Guido Neri, ma lui non volle mettersi a mia disposizione, e io non volli mettermi a suo servizio, così ognuno fece la sua corsa. Mi guardai intorno, studiai la situazione, mi concentrai su un francese, Charly Grosskost, maglia della Bic, quell'anno secondo alla Milano-Sanremo e primo nel cronoprologo al Giro, puntai tutto su di lui e a qualche chilometro dall'arrivo m'incollai alla sua ruota. Ultimo chilometro, meno 800, meno 600. Senonché, a 400 metri dal traguardo, lui era sedicesimo e io diciassettesimo. Capii che non era la ruota giusta. Rimontai, li rimontai tutti, a uno a uno, l'ultimo fu un tedesco, Wilfried Peffgen, e vinsi".

Gigi sapeva che cosa fosse il ciclismo ancora prima di salire su una bici e attaccarsi il dorsale: "Perché sapevo che cosa fosse la fatica. Quinta elementare, poi cinque anni come fabbro. Lavoravo senza maschera, e la notte, per riprendermi, dormivo con due fette di patate sugli occhi. Intanto scuole serali ed esame di terza media. A 15 anni emigrai a Roma, a Cinecittà, da una zia. Trovai lavoro come tecnico idraulico. Sveglia alle 5, due ore di allenamento, alle 7 e mezzo in tram a lavorare in un cantiere ai Parioli. Finché trovai un impiego in uno studio cinematografico. Proiettavo anteprime per attori e attrici: Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Brigitte Bardot. Si finiva di notte, ma la notte era illuminata a giorno dai flash dei paparazzi".

Però c'era la bici, c'era il ciclismo, c'era il Giro d'Italia. "Nella Max Meyer, quella del barattolo rovesciato e il cane con il pennello in bocca, una squadra abbastanza forte, fatta di combattenti, che correvano alla garbaldina. Michelotto: serio, anche troppo. Neri: furbo, veloce. Durante: amico, dormivo con lui. Ballini: di classe, ma discontinuo. Galbo: pazzo, burlone. Cucchietti: l'ombra di Galbo, inseparabile. Fantinato: duro, forte. Stefanoni: un gigante buono... Direttore sportivo: Gastone Nencini, troppo bravo per vivere in questo mondo, ero suo tifoso quando correva, ero suo tifoso anche quando dirigeva. Si campava un po' con lo stipendio, poco più alto di quello di un operaio, un po' con i premi, che si dividevano fra tutti i compagni, un po' con la gloria, eravamo personaggi, giravano delle donne, a noi come ai giornalisti, era una cosa naturale, poi bisognava decidere se fare la vita del corridore o no. E si campava anche con qualche trucco. Uno lo avevo imparato da un collega, Giancarlo Polidori. In salita si lamentava, disperato: 'Mi è saltata la catena'. E gli spettatori, impietositi, lo spingevano".

Era il '68. "Ma noi corridori pensavamo a correre, chiusi nella nostra strada e nella nostra fatica. Però qualcosa si sentiva, si vedeva, si intuiva. E si ascoltava. Io avevo una passione per Adriano Celentano. Lo incontrammo ad Amatrice, stava girando il film 'Serafino', eravamo nello stesso albergo,

fu una fortuna. E poi Fabrizio De André. Poco tempo fa mi è stata rubata la macchina nel centro di Grottaferrata, dentro avevo tutti i cd di De André. Mi è dispiaciuto più per i cd che per la macchina. Quasi. Smisi di correre a 28 anni. Troppo presto. La Max Meyer squadra si era sciolta, ma era rimasta la società. Fui assunto come rappresentante. Avevo successo: i clienti mi riconoscevano e acquistavano vernici anche se non ne avevano bisogno"


Quel maggio del '68: quando Armani 'scoprì' Merckx

L'italiano ha sempre legato la sua vicenda a quella del Cannibale - sia da avversario che da compagno di squadra - a partire dai mondiali dilettanti a Sallanches nel 1964. Il tutto fino ad una tappa storia del Tour, quando giunsero al traguardo dopo 250 km di fuga

di MARCO PASTONESI

Luciano Armani fu il primo italiano a scoprire Eddy Merckx. A sue spese. E ne avrebbe fatto volentieri a meno. Mondiali dilettanti 1964, a Sallanches, in Francia. Due uomini al comando: loro due. Mancavano due chilometri al traguardo: Armani pensava di battere Merckx in volata, anzi, ne era quasi certo, ma alla volata neppure arrivarono, perché Merckx si sfilò Armani dalla ruota come se fosse un bambino e vinse, braccia al cielo. Sul palco, il giornalista francese Leon Zitrone intervistò Merckx pubblicamente, poi concluse scandendo nome e cognome, "Ed-dy-Merckx", e ammonendo gli spettatori: "Ricordatevi bene questo nome!".

"Me lo ricordavo bene quando, quattro anni dopo, Merckx fu ingaggiato nella mia squadra, la Faema, con la maglia di campione del mondo, stavolta dei professionisti. Il primo raduno, due settimane, a Cannitello, una frazione di Villa San Giovanni, in provincia di Reggio Calabria. La Faema era metà belga e metà italiana, metà corridori fiamminghi e metà corridori emiliani, noi ci allenavamo una volta al giorno, la mattina, loro due volte al giorno, la mattina e il pomeriggio. Quando il direttore sportivo, Vincenzo Giacotto, ci disse che avremmo dovuto fare come loro, Vittorio Adorni, il corridore più esperto e il capitano degli italiani, ci ordinò di seguire i belgi, di nascosto, il pomeriggio. I fiamminghi uscirono dall'albergo, fecero 5-6 chilometri in bici, poi si fermarono in un bar, si sedettero a un tavolo e ordinarono da bere. Adorni li minacciò: 'Faccio la spia'. 'No', lo pregò Merckx. 'Allora da adesso si fa come dico io', ribatté Adorni. E così fu".

La prima corsa del 1968 fu il Giro di Sardegna: "L'anno prima avevo vinto io e Merckx era arrivato secondo. 'Stavolta mi lasci vincere?', mi domandò Merckx, sorridendo. Infatti: primo Merckx, secondo io, e il grande regista era stato Adorni, terzo. Al Giro d'Italia eravamo tutti per Merckx. Io ebbi due giornate di libertà entrando in due fughe buone: la prima a Piacenza, nel finale si andava a scatti, persi l'attimo, sesto, e la seconda alle Tre Cime di Lavaredo, avevamo 10 minuti di vantaggio, mi ero risparmiato, poi Merckx venne a prenderci tutti, quinto. Giacotto mi sgridò: 'Ricordati che nella mia squadra chi va in fuga ha l'ordine di vincere'. Come se fosse facile, come se non ci avessi pensato e provato".

Armani che veniva da famiglia numerosa ("Dodici, tra genitori, zii e fratelli"), che aveva fatto le elementari ("Poi la quinta e la sesta, poi basta"), che si era innamorato della bicicletta da corsa ("Il regalo per la cresima"), che cominciò subito a lavorare ("Garzone a Felino in una salumeria di classe, in bici, due ceste, una davanti e l'altra dietro, per portare la spesa ai clienti ricchi"), che disputò la prima corsa a 18 anni ("Vincere era arrivare al traguardo"), che finalmente vinse ("La Torrechiara-Corniglio, cronocoppie"), che corse otto anni da professionista ("E rifarei tutto quello che ho fatto"). Armani che un giorno si sarebbe finalmente preso una solenne rivincita proprio su Merckx, da avversario: "Tour de France 1971, giorno di riposo, nello stesso albergo della squadra di Merckx. Noi ci eravamo sciolti i muscoli, loro si erano allenati a tutta per due ore e mezzo. Nell'androne Merckx imprecava, da solo, in fiammingo. Mi vide

e mi disse: 'Domani, se vuoi arrivare fra i primi, alla partenza sta' davanti'. C'era una discesa. Merckx e i suoi attaccarono, due spagnoli della Kas deragliarono, si scatenò la guerra, partì la fuga con Merckx, ci entrai anch'io, volammo i quasi 250 chilometri a quasi 45 e mezzo di media, piombammo al traguardo un'ora e mezza prima del previsto, a Marsiglia allo sprint primo io e secondo Merckx, e il sindaco giunse a premiazioni già finite"