Giro d’Italia Under 23: 10 giorni (dal 7 al 15 giugno), 11 frazioni (un cronoprologo, otto tappe e due semitappe, di cui una ancora a cronometro), 1210,5 km da Forlì a Ca’ del Poggio (Treviso), 176 corridori di 30 squadre, il meglio del ciclismo giovanile internazionale. Stavolta “Libri nel Giro” (il progetto dell’associazione Ti con Zero, per la Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza e le Biblioteche di Roma) propone una serie di interviste cicloletterarie.

Federico Fellini intervista Michele Corradini. Dorsale 185, ventidue anni, umbro di Perugia, del Team Mastromarco Sensi Nibali.

“Il bab del mi bab diceva così: per campè sein, bisogna pisè spes com i chein” (“Amarcord”, 1973).
“Tutto cominciò con mio nonno: Ascanio Arcangeli. Nel 1931, a vent’anni, era già campione umbro. Partecipò al Giro d’Italia nel 1937 e 1938. E ricominciò a correre dopo la Seconda guerra mondiale, combattuta da bersagliere, e nonostante le ferite subite in battaglia. Il nonno Ascanio andava a correre in bicicletta: se vinceva, con i soldi del premio tornava a casa in treno; se non vinceva, tornava a casa in bici”.
“Un babbo fa per cento figlioli e cento figlioli non fanno per un babbo” (“Amarcord”, 1973).
“Papà Gabriele ha un distributore di benzina, mamma Teresa ha un negozio, vende e ripara le biciclette, da giovane anche lei correva, e una la vinse. Mia sorella maggiore Elena giocava a pallavolo, e la squadra – maschile – di Perugia quest’anno ha conquistato scudetto, Coppa Italia e Supercoppa. Così lo sport è di casa. La mia prima corsa da G6, a 12 anni: piazzato. La mia prima vittoria al secondo anno da esordiente, a 14 anni: a Tordandrea, una frazione di Assisi, in volata”.
“Questo qui è un pezzo di catena dello spessore di mezzo centimetro, più forte dell’acciaio” (“La strada”, 1954).
“Ho respirato l’aria dell’officina fin da piccolo. E so riparare la bici da solo. Ho tre bici, due, da corsa, sono della squadra, la terza, una mountain bike, è mia, e la uso per andare a spasso, per svago, d’inverno. La prima cosa che guardo in una bici è la forma del telaio. La parte più delicata è il cambio, perché è il punto in cui chi va in bici entra nella bici, in accordo, in armonia, in simbiosi, diventando – se possibile – un tutt’uno”.
“Chi cerca Dio, lo trova dove vuole” (“La dolce vita”, 1960).
“Il ciclismo mi ha dato i comandamenti. Il primo: la costanza. Il secondo: la disciplina. Il terzo: chi la dura, la vince. Finora 13 vittorie: due da esordiente secondo anno, una da allievo primo anno, quattro da allievo secondo anno, tre da junior, tre da under 23. La bici è libertà, il ciclismo è passione. Leggo poco, tra i giornali ‘La Gazzetta dello Sport’. Guardo sport, film, serie tv. Per il ciclismo nel 2014 sono emigrato dall’Umbria alla Toscana, da Perugia a Mastromarco. La vita del corridore sembra vuota, invece è fatta di allenamenti e corse, ma anche di riposo e recupero”.
“Ecco sì, nell’amore c’è questa tensione. Solo l’amore mi dà questa forza” (“La dolce vita”, 1960).
“Convivo con Gemma. Lei non sapeva nulla di ciclismo, all’inizio mi chiedeva perché non andassi di qua o di là, perché non uscissi la sera. Adesso lo sa, si è appassionata, mi capisce, mi comprende. Il ciclismo è uno sport speciale, stancante, molto stancante. Ogni corsa ha una storia, ogni storia ha una sua trama, le sue avventure, e un finale da inventare”.
“La felicità consiste nel poter dire la verità senza far mai soffrire nessuno” (“8 e ½”).
“La verità te la dice solo la salita. Quando sono a Mastromarco, la salita di riferimento è il San Baronto da Lamporecchio. Quando sono a Perugia, è il Piccione, la stessa che faceva mio nonno Ascanio, caricandosi di pesi per allenarsi di più”.