Merckx lo chiamava “il Professore”. “Perché avevo otto anni più di lui, perché ne avevo altri quattro di professionismo più di lui, perché parlavo l’italiano meglio di lui, e perché il direttore sportivo, Vincenzo Giacotto, aveva dichiarato che tutte le decisioni sarebbero state prese insieme a me. E siccome al Giro d’Italia dormivano nella stessa camera, Eddy sapeva che non lo avrei mai perso di vista”.

Vittorio Adorni era “il Professore”. “Avevo trent’anni. Avevo un ruolo da capitano in una nuova squadra, la Faema, minacciato proprio da quel nuovo compagno, Merckx. Avevo già una vittoria al Giro d’Italia, due al Giro di Romandia e una al Giro del Belgio, e tra compagni (Merckx) e avversari (Gimondi) non so quanto avrei potuto vincere ancora. Avevo anche voglia di fare altro: in tv avevo debuttato al ‘Processo alla tappa’, Sergio Zavoli mi aveva voluto ospite quasi fisso accanto a lui, e c’era la possibilità di condurre un nuovo telequiz”.

Ma prima c’era quel maggio del ’68. “Il primo giorno Merckx conquistò tappa e maglia. In camera gli dissi che quella maglia rosa dovevamo perderla. Cosa?, mi fece, arrabbiatissimo. Se vuoi vincerla, gli spiegai, dobbiamo perderla. L’aveva stesa su una sedia, e la guardava incantato così come si ammira un capolavoro agli Uffizi o al Louvre. E aggiunsi che l’avremmo ripresa, definitivamente, alle Tre Cime di Lavaredo. Anche se a fatica, lo convinsi. E lo convinsi anche ad attaccare solo dopo aver ricevuto un mio segno di consenso. E andò proprio così: Dancelli prese la maglia rosa e la tenne fino al giorno delle Tre Cime. Lì andò via una fuga, con dei buoni corridori, e con un vantaggio che arrivò a una decina di minuti. Merckx scalpitava: non ti preoccupare, gli dissi. Ma sul Passo di Sant’Osvaldo Merckx non resistette più e scattò. Andai da Marino Vigna, il nostro direttore sportivo, e lo pregai di fermare Merckx. Impossibile, mi rispose. Bisogna fermarlo, lo implorai, a tutti i costi. Vigna andò da Merckx e gli ordinò di fermarsi. Invano. Glielo ripeté finché Merckx gli disse va bene, ma come? Vigna trovò la soluzione: fa finta di avere forato. Così Merckx si portò sul bordo della strada e cominciò ad armeggiare con la ruota fino al nostro arrivo, qui rientrò nel gruppo, mi si avvicinò, cercò il mio sguardo e se avesse potuto fulminarmi, lo avrebbe fatto. Tranquillo, gli dissi, non è ancora il momento. Il momento arrivò dopo Auronzo verso Cortina: Vandenbossche, che era un bel cammello, attaccò un ritmo allegro veloce, dietro di lui Merckx, Gimondi, Zilioli e io, e il gruppo si frazionò. Ogni 500 metri Eddy si girava e mi guardava, ma io scuotevo la testa. Quando vidi che erano tutti cotti, finalmente feci cenno di sì, e Eddy scattò.

Gimondi fece uno sforzo terribile per riportarsi sotto di lui. Eddy rifiatò, poi mi guardò, gli feci un altro cenno di sì, e lui rifilò un secondo colpo. Gimondi cedette. Piano piano tornai sotto Merckx all’inizio del Passo Tre Croci. Prima di Misurina, gli dissi vai. E lui andò. Tappa, maglia e Giro. In sala-stampa Eddy mi sorrise. In camera, mentre facevo il bagno, mi chiese come avessi fatto a capire il momento giusto. Lo capirai, gli dissi, quando avrai la mia età. La gente non me lo perdonò: alla fine di quel Giro, a Napoli, fui fischiato per aver aiutato uno straniero a vincere. Mi rifeci qualche mese più tardi: campione del mondo a Imola”.
Che anno, il ’68. “Le lotte degli operai e le manifestazioni degli studenti, gli striscioni sui cancelli delle fabbriche e i cartelli fra la gente nelle piazze. Anche nello sport tirava un’altra aria: Merckx che conquistò il Giro al suo esordio, l’Italia che vinse gli Europei di calcio, poi le Olimpiadi di Città del Messico con Tommy Smith e John Carlos con il pugno chiuso sul podio dei 200 metri”. Intanto anche Adorni aveva fatto la sua piccola rivoluzione, cedendo alle lusinghe del telequiz: si intitolava “Ciao mamma”.